Fabio Cavallari

"Io non sono un qualunquista, e non amo neanche quella che(ipocritamente) si chiama posizione indipendente. Se sono indipendente, lo sono con rabbia, dolore e umiliazione: non aprioristicamente, con la calma del forti, ma per forza. E se dunque mi preparo a lottare, come posso, e con tutta la mia energia, contro ogni forma di terrore, è, in realtà, perché sono solo. Il mio non è qualunquismo né indipendenza: è solitudine."[…] (Pier Paolo Pasolini Il Tempo - 6 agosto 1968).

Eccomi

Blogger: FabioCavallari
Nome: Fabio Cavallari
(Luino 1970)
dopo il diploma superiore ha iniziato a collaborare con settimanali e mensili della provincia di Varese sui temi della politica e della societĂ  civile.
E’ stato coideatore del collettivo e del foglio Luinese “RedAzione”.
Nel 1999 ha curato il libro “Hannan Kunu la società dello spirito” in memoria di Enzo Sarrubbi.
Dal 2002 collabora stabilmente con il settimanale Tempi.
Per due anni ha curato una rubrica dal titolo “Visti da sinistra”, poi è passato ad un impegno più strutturale con servizi legati alla politica, all’ambiente e al mondo della medicina.
Ha pubblicato per le Edizioni Giuseppe Laterza il saggio “Fuori dalla metafora del volo” (2004) con il coautore Ottavio Brigandì.
Nel 2004 e nel 2005 ha curato alcuni speciali per Radio Due e negli anni successivi ha partecipato a numerose trasmissioni radiofoniche di emittenti minori.
E’ stato relatore in molti incontri, nelle più importati città italiane, su temi bioetici, politici e culturali.
Nel Luglio 2007 ha pubblicato per le Edizioni San Paolo “Volti e Stupore – Uomini feriti dalla bellezza” (3° ediz.), scritto a quattro mani con Suor Maria Gloria Riva.
Con la stessa autrice nell'aprile 2009, sempre per le Edizioni San Paolo, ha pubblicato “Mendicanti di Bellezza - Un non credente e una monaca a confronto sulla vita”
Per contattarmi:
cavallari.fabio@libero.it

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lunedì, 12 ottobre 2009

17 Aprile 1921 - 12 Ottobre 1988 - Oggi, 12 Ottobre 2009

Andrea

(Volti e Stupore - Uomini feriti dalla Bellezza - Cavallari,Riva -  ed- San Paolo)

marc-chagallLe case oggi non si costruiscono più. Le progettano gli architetti, le edificano i muratori, le vendono le agenzie immobiliari, le censiscono i Comuni, ma l’uomo non le costruisce più. Si fanno operazioni di permuta, si affittano quelle al mare e si demoliscono quelle diroccate. Le case hanno perso "anima", sono a schiera, all’interno dei parchi, con il prato inglese e le persiane in pvc. Gli abitanti sono nomadi, gli affetti migratori e gli effetti spersonalizzati. Le case oggi sono intercambiabili, ci possono abitare indistintamente le famiglie di Marco, Flavio, Filippo. Nella mia no! Ci posso abitare solo io, perché è la casa costruita da mio padre. Costruita. Sino al tetto l’hanno portata i muratori, poi cemento sulle spalle, sabbia e il rumore della betoniera. Così sul muretto di recinzione, a cemento fresco, chiesi se potevo scrivere l’anno con i sassi?. "Bella idea, così ti ricorderai di quando l’abbiamo fatto assieme". Assieme. Erano gli inizi degli anni ’80. Non è necessario uno sforzo di memoria per ricordare. Sento ancora il profumo dei panini con la "bologna" che si confonde con l’odore di acqua ragia. Fastidioso, si potrebbe pensare ed invece il ricordo è talmente chiaro e nitido che predomina quell’immenso piacere di mangiare un po’ così, all’arrembaggio, nell’attesa di riprendere i lavori. Poi le mani sporche, il cappello da muratore, i chiodi in bocca. La casa come luogo dell’abitare e il giardino con le patate, le verdure, i fagioli e gli animali da allevare. La casa come luogo della famiglia da vivere, come sorgente della vita con il cibo dietro la porta e la frutta per rinfrescare il pensiero e la gola. Per rendere onore alla donna della famiglia, a mia madre instancabile e paziente, Andrea, mio padre, piantò rose rosse e bianche. "Ricordati che nel mese di novembre, massimo inizio dicembre devi potarle". Sono stupende ancora oggi, hanno retto gelidi inverni, estati roventi e i miei periodi difficili. E poi il suo laboratorio da calzolaio, con il deschetto le lesine, ed il martello con la capocchia bombata e ben liscia, usata per battere il cuoio, conficcare chiodi e la parte opposta più allungata e sottile che serve per fare aderire bene la suola al tomaio ed unire fra loro i diversi pezzi di cuoio che formano il tacco. Il cuoio. Anche di questo sento ancora l’odore mescolato a quello forte e pregnante della colla. E lì, proprio dove c’erano i suoi attrezzi, dove la sua passione diventò il suo lavoro, oggi c’è la mia scrivania, il computer e i miei giornali. Un luogo fatto apposta per scrivere o per riparare scarpe. Con la porta ad un passo che da sulla veranda dove una sigaretta brucia nell’attesa che il colore del tacco si asciughi o i pensieri defluiscano e si possa ritornare a scrivere. Ed ogni scarpa una storia, una persona, una famiglia e un’avventura del passato. Come quella di mio nonno, che quando Andrea parlava gli saliva l’emozione ed io che mi dicevo "ma sono passati così tanti anni…" ed ora capisco gli occhi lucidi e l’orgoglio per un padre. Non passano mai gli anni, non si dimenticano le parole, le risate a squarciagola, il dolore alla pancia e le guance dolenti per il troppo riso. Come quando si faceva il giro dell’isolato con la vecchia Centododici, girando sempre attorno a casa ed illegalmente mi insegnava a guidare. Illegalmente. Ma che sciocchezza in quel contesto, era il 1987, non era ancora caduto il muro di Berlino ed era tutta un’altra storia, un altro mondo. E poi un anno dopo, quando con la patente in mano, con lui sempre seduto al mio fianco capii d’improvviso, che non mi stava più accompagnando ma che per la prima volta ero io che lo stavo portando, riportando a casa. Poi ad un certo punto la storia sembra interrompersi e non è il muro che cade e neppure la fine delle utopie, ma la realtà che si fa cruda e stridula. L’orgoglio per un padre, una casa che è una casa, l’abitare, il sudore e il mangime per le galline. Passo dopo passo capisci che la storia non si è interrotta e che lì ci sono le radici, la tua identità. Costruire è un gesto d’affetto ben più importante di un valore. Costruire è imparare ad amare, insegnare ad amare. Onorare tuo padre.

 


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martedì, 08 settembre 2009

8 Settembre 1943

Racconto tratto da Mendicanti di Bellezza (Fabio Cavallari-Maria Gloria Riva)

Mendicanti di BellezzaEra l’8 settembre 1943. Andrea aveva 22 anni. Un ragazzino, un giovane inesperto. Così oggi si definirebbe qualcuno della sua età. Ma quelli erano altri tempi, la storia ancora doveva chiarire il dramma e l’orrore. Gli anni cupi della guerra, l’odio razziale e la follia totalitaria, giorni presenti per chi visse quegli anni. Vita reale, dolore quotidiano e paura. Ore 19.45 la radio italiana divulga un messaggio del maresciallo Badoglio nel quale il capo del governo comunicava che: "l’Italia ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate e che la richiesta è stata accolta". Il dramma si trasforma nel giro di poche ore in tragedia per centinaia di migliaia di soldati abbandonati a se stessi nell’ora forse più tragica dall’inizio della guerra. Andrea è uno di loro. Fame, freddo, terrore e nelle pupille una sola luce, una sola fiammella che da speranza, coraggio e forza. La famiglia, la sua famiglia, la sua casa. Un unico pensiero, tornare dalle sorelle, dalla madre, portare un fiore sulla tomba del padre. Una luce quella famiglia, come l’unica candela rimasta accesa. Un riverbero che accomunerà molti uomini, diversi tra loro, distanti per provenienza o percorsi ma uniti nella grazia di una comunità che saprà risalire la china. 18La memoria BakUna luce, una candela che scalderà anche le notti più fredde, superare le immagini più atroci e i tanti, troppi, pianti disperati. Tornare a casa, nella dimora paterna dove pane e lavoro avevano forgiato amore e affetti. In quel fatidico 8 settembre si consuma lo sfacelo, il crollo totale dell’esercito italiano. I comandanti sono lontani dai reparti, chi è presente non ha ricevuto alcuna disposizione. E’ la resa dei conti. Nelle caserme cresce l’allarme. Si diffonde la voce che è meglio fuggire, perché i tedeschi potrebbero arrivare da un momento all’altro. Andrea, di stazza ad Alba, non fa in tempo a ragionare sul da farsi. Il timore diventa stridente realtà. I soldati italiani hanno armi ma sono privi di munizioni. Si arrendono. "Quella sera stessa, io e centinaia di miei compagni veniamo caricati su treni bestiami, alla volta di Mantova. Da lì, verso i campi di concentramento". Destinazione Buchenwald: una località della Germania orientale situata su una collina boscosa (Buchenwald significa letteralmente Bosco di faggi) a circa otto chilometri da Weimar e nei pressi della foresta di Ettersberg, che fu luogo, a suo tempo, prediletto da Goethe. Buchenwald si distingueva dagli altri campi perché lì, più che mai, fu sperimentato ed applicato lo sterminio a mezzo del lavoro. La costruzione stessa del campo, delle strade e delle installazioni accessorie fu portato a termine a costo di un’ecatombe di deportati.luino 17-5-1938

"Quando ci caricarono sui treni avevamo solo i vestiti che indossavamo. Io avevo a tracolla una borsa tattica con dentro venti bombe a mano. Mi avrebbero fucilato all’istante se l’avessero vista. Ma era buio, non si accorsero. Vidi gli occhi di mia madre, quelle dei miei amici, il mio paese. Rischiai. Loro erano la mia unica salvezza. Il motivo della mia lotta. La mia forza, la fiammella accesa che chiamava speranza. Il treno era composto da dieci carrozze, tutte chiuse dall’esterno. L’unica presa d’aria arrivava da quattro finestrini con la rete in alto. Eravamo in cinquantadue, in quel compartimento. Schiacciati, impauriti, tremanti. Tra una carrozza e l’altra due militari tedeschi con i mitra spianati. Non volevo andare in Germania, a Buchenwald, nell’inferno dei deportati. Strinsi la testa tra le mani, continuai a pensare, ad arrovellarmi. Quella speranza doveva vincere. L’idea della vita non poteva affievolirsi. Erano le due di notte quando esposi il piano agli altri. Solo uno mi seguì. Mi misi all’opera. Legai le bombe con le stringhe delle scarpe e con strisce di camicia le fissai ai finestrini. Tolsi tutte le linguette. Erano le 3.15 del 9 settembre 1943. Gettai due bombe a mano contro quelle appese. Il fragore fu clamoroso, le grate saltarono di netto. Alcuni soldati, compagni di sventura, si misero contro la parete del vagone, salii sulle loro spalle e mi gettai al di fuori. Toccai terra, ruzzolai dentro una vasca per il macero della canapa. In quell’istante sentii una raffica di mitra e poi un lamento. Era buio pesto, non riuscivo a vedere nulla. Il treno si stava allontanando. Raggiunsi il fuggiasco che mi aveva seguito. Aveva una gamba rotta, ma fortunatamente gli spari dei tedeschi non lo avevano raggiunto. Sostammo per un po’ storditi. Quella luce, quella speranza, ci avevano permesso di osare, di non arrenderci, di tentare l’impossibile. Il sole stava nascendo, non troppo distante scorsi un cascinale e dentro una presenza. Presi il mio compagno sulle spalle e a fatica raggiungemmo l’abitazione. Ci accolse un contadino, prima timoroso, poi solidale e fraterno. Ci fece entrare nella fattoria e sdraiare sulla paglia. Arrivarono una donna e un uomo anziano. Una famiglia che come la mia, in quegli anni terribili, continuò a vedere l’uomo anche quando terrore e paura avevano oramai annichilito sogni e fratellanza. Ci diedero da magiare e chiamarono un dottore per il mio compagno. Per non far correre ulteriori pericoli a quelle persone mi misi subito in cammino, sempre lontano dalla strada. Rubai i vestiti ad uno spaventapasseri e nascosi gli abiti militari in un campo di granoturco".

Andrea proseguì la sua marcia verso casa, verso quel lume sempre desto davanti a sé, un po’ su camion di fortuna, a volte su carri trascinati da buoi, altre a piedi. Alba, Torino, Chivasso e poi su un treno diretto ad Arona.

"Era un treno di sbandati, di uomini che come me avevano abbandonato armi e divisa. Nei nostri occhi albergava la paura, ma nelle pupille di ognuno si poteva scorgere la luce intensa della vita".

Erano le 22.50 del 14 settembre quando Andrea giunse nella città sulla sponda piemontese del Lago Maggiore. Non c’erano molti tedeschi ma le barche non si fidavano a fare l’attraversata verso Angera, situata sull’altra sponda del lago, in terra lombarda. Era quella la destinazione di Andrea, quella l’unica via.

"Non sapevo dove sbattere la testa, dovevo proseguire il mio viaggio. La fame mi rodeva da dentro, erano giorni che non mangiavo un piatto caldo, un pezzo di carne. Non avevo più forze, ma non potevo arrendermi. Dovevo raggiungere Luino, la mia famiglia. Decisi di attraversare a nuoto".

Andrea lasciò passare la mezzanotte, si spogliò e sulla riva di Arona si fumò l’ultima sigaretta. "Mi misi in acqua e con calma inizia a nuotare. Sapevo di dover resistere a lungo. Quello era il punto più stretto del Lago Maggiore, ma nelle mie condizioni tutto sembrava impossibile. E pensare che qualche anno prima, tre o quattro al massimo, avevo attraversato a nuoto il tratto Cannero-Luino, ben sette chilometri. Altro periodo, altra intensità, altri pensieri. Vedevo le luci del porto farsi sempre più vicine ma le energie mi stavano lasciando. Avevo crampi intensi. Ero in acqua da più di cinque ore. Piangevo. Scorgevo la sponda ma non sapevo se ci sarei arrivato. Poi vedevo mia madre, le mie sorelle, e questo mi dava la forza di continuare. Andai sott’acqua un paio di volte, pensai di annegare. Praticamente annaspavo come un cane, finché sentii sotto le ginocchia i sassi. Ero arrivato. Strisciai sulla riva e svenni".

Prima che qualcuno si accorse di quel giovane riversato sui sassi, passarono alcune ore. Chi lo soccorse, si accertò innanzitutto che fosse ancora vivo. Quando Andrea sentì che lo stavano tastando, scattò d’improvviso in posizione eretta ed iniziò a gridare terrorizzato dal pensiero di esser stato catturato per l’ennesima volta dai tedeschi. Faticarono non poco quegli uomini a calmarlo, a fargli capire che erano amici, persone che come lui, avevano in orrore guerra e violenza. Lo vestirono e lo consegnarono al capo stazione che gli diede dosi abbondanti di caffè e cognac. Salì sul treno che lo avrebbe portato a Luino e si nascose nel bagno della carrozza sperando che nessuno vi entrasse. Ogni fermata era un colpo al cuore.

"Quando arrivai a Luino erano le 9.35 del 15 Settembre 1943. Era un mercoledì, giorno di mercato. Corsi in mezzo alla gente, ma non vidi niente e nessuno. Non avevo più paura, ero a casa".

Finalmente a casa. Quella dimora fu la salvezza da raggiungere. I volti della madre e delle sorelle, il cero acceso della speranza. Lo stesso lume presente negli occhi e nel cuore di quei soldati caricati a forza sul treno per Buchenwald, nel compagno di fuga, nei conducenti che lo aiutarono durante il viaggio. La stessa "luce memoria" presente dentro il coraggio di quella famiglia contadina che lo sfamò, nelle braccia degli uomini che lo recuperarono in riva al lago, nella solidarietà del capo stazione. Qui, in questo racconto, vive la memoria, arde la speranza e, forse, anche la preghiera.

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martedì, 21 luglio 2009

Daniele è unico al mondo

tempitheme_logoTempi 23 Luglio 2009

Fabio e Daniele Amanti

Un figlio affetto da una sindrome rarissima, dimenticata dalla scienza ma non dai genitori. Che nel dolore hanno scoperto una felicità possibile.

Daniele Amanti ha due anni e mezzo, gli occhi azzurri, i capelli biondi come quelli di un cherubino. A vederlo correre incontro a papà Fabio e a mamma Eliana, si direbbe il ritratto della salute. Daniele, in realtà, è affetto dalla distrofia muscolare di Duchenne, una malattia neuromuscolare caratterizzata dall’assenza totale di una proteina chiamata distrofina. (Leggi tutto l'articolo)

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giovedì, 28 maggio 2009

Il finale inatteso di una tragedia

tempitheme_logo

Tempi - 28 Maggio 2009

 

cult2205alvCosì Umberto Marotta ha interrotto un curriculum pieno di successi per dedicare al disagio degli altri quella vita che suo figlio aveva deciso di togliersi.

Alvise è scomparso il 22 marzo 2002, per mano di una buia depressione che lo ha portato a compiere il più drammatico dei gesti: togliersi la vita. In suo nome oggi è nata una fondazione che si occupa del disagio giovanile. (Leggi tutto l'articolo)

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sabato, 09 maggio 2009

Quando arte e vita si specchiano nel lago

 

Seconda opera a quattro mani di Fabio Cavallari, scrittore di Luino, e Suor Maria Gloria Riva, badessa a Montefeltro.

 

La Prealpina - 9 Maggio 2009

 

di: Emanuela Spagna

 

Mendicanti di Bellezza

Lui usa le parole come colori con cui ritrae persone ma soprattutto spaccati di vita quotidiana. Lei guarda un quadro d’arte moderna e contemporanea e con semplicità e profondità disarmante lo cala nella realtà odierna. Lui è giornalista e scrittore non credente, lei è badessa del monastero di suore di clausura che ha fondato. Sono amici, di quella amicizia con la A maiuscola che guarda alla persona in sé, che consente di percorrere un cammino insieme, che dà innumerevoli frutti, umani ma anche letterari. Sì perché Fabio Cavallari, il giovane scrittore di Luino, e Suor Maria Gloria Riva, la suora di clausura, hanno di nuovo scritto un libro a quattro mani, "Mendicanti di Bellezza" (edizioni San Paolo, nelle librerie da qualche settimana), seconda opera a quattro mani dopo "Volti e Stupore". E, se il primo libro era un dialogo scritto in cui i racconti di Fabio erano "illustrati" da opere d’arte spiegate da Suor Gloria, questa volta è Fabio che raccoglie il testimone e tratteggia il percorso, seguendo le indicazioni di Suor Gloria. E così in questo secondo percorso, è suor Gloria che indica la strada: lei presenta un quadro, Fabio ne dipinge un altro con le parole, raccontando storie di vita che commuovono, che provocano riflessioni e giudizi, che interrogano anche il lettore sul senso dell’esistenza.

Fabio, come è stato percorrere questo secondo cammino letterario in cui è stata Suor Gloria con i suoi quadri ad indicare la via da percorrere?

E’ stato un percorso molto ricco in cui mi sono lasciato in qualche modo provocare dai quadri che suor Gloria mi presentava. Non ho mai avuto la presunzione di scrivere un racconto che potesse essere una sorta di pellicola con cui rivestire il quadro presentato da suor Gloria. Io semplicemente colgo una suggestione che Suor Gloria trasmette con la sua interpretazione e spiegazione del dipinto e mi lascio interrogare e provocare da questa suggestione. E’ da lì che ha origine il mio racconto.

Il libro si apre con la Notte Stellata di Van Gogh a cui tu accosti il ritratto di Suor Gloria. Come è nato questo accostamento?

Il libro, così come lo era anche Volti e Stupore, è concepito come un percorso che si fa in due. Allora se fai un cammino con un’altra persona, la guardi negli occhi, dopo ogni passo c’è uno sguardo: guardi l’altro e gli rendi omaggio. Io ho voluto rendere omaggio a chi cammina con me.

Il camminare con qualcuno implica ovviamente la costruzione di un rapporto. In questo secondo libro, molte delle persone protagoniste dei tuoi racconti si definiscono proprio in un rapporto con qualcuno. E’ una scelta voluta?

Questo è il lusso che possiede chi scrive. Mi spiego. Sono state le prime persone che hanno letto il libro a farmi notare questa caratteristica dei protagonisti dei miei racconti, che, a loro dire, li differenzia da quelli di "Volti e stupore". Il lettore mi ha suggerito qualcosa che assolutamente on era pre ordinato. A quanto pare emerge questa caratteristica come dato reale che però non è stato per nulla studiato. Posso dire che è semplicemente il frutto della scrittura. Erri de Luca nel suo ultimo romanzo scrive: "Lo scrittore deve essere più piccolo della materia che racconta. Si deve vedere che la storia gli scappa da tutte le parti e che lui ne raccoglie solo un poco. Chi legge ha il gusto dell’abbondanza che trabocca oltre lo scrittore". Voglio restare con i piedi per terra, quindi nessun paragone. Però mi piacerebbe che questa potesse essere la strada.

Restiamo in ambito strettamente letterario: dal libro emerge una particolare cura per il linguaggio. E’ reale questa impressione?

Sì è vero, ho curato molto il linguaggio. Ho voluto esaltare la parola in un periodo in cui è svilita costantemente. La parola è un simbolo e noi purtroppo assistiamo a una progressiva eliminazione dei simboli dalla nostra società. E’ pericoloso, perché il rischio è che si arrivi a una società dell’indifferenziato. Allora bisogna ripartire dal simbolo per eccellenza che è il linguaggio. Ho voluto andare a fondo nella nostra lingua che tra l’altro è ricchissima, andando anche a ricercare l’origine etimologica delle parole. Occorre dare voce ai simboli e carne alle parabole.

Linguaggio significa anche tradizione. E la tradizione intesa come insieme di valori veri, profondi, radicati nel territorio di origine, che per te è Luino e la vita di lago e di paese, è molto presente nel libro

Sì io ho voluto ripercorrere le origini, mettere in evidenza i valori che ho respirato e di cui mi sono nutrito vivendo a Mesenzana . Mettere a fuoco la tradizione credo sia ineludibile per aprirsi poi al mondo, è il preambolo per guardare al mondo e agli altri. E’ il punto di partenza per la propria identità personale.

Ma la forza della tradizione nel libro emerge anche in netto contrasto e come critica alla modernità

Io critico la modernità intesa come divertimentificio che crea l’illusione del piacere. Si cerca il piacere, la felicità nelle luci, nella confusione, ma alla fine si trova solo assuefazione. Manca la comunità che era tipica del paese.

Il giudizio negativo sul divertimentificio emerge tutto in "Mirella": si può paragonare a l’Avvelenata di Guccini…

Sì, è il racconto della ricerca del piacere finto e contemporaneamente della società che guarda e giudica questa ricerca con una curiosità morbosa. Ma nessuno compie il gesto di allungare la mano per iniziare a cambiare qualcosa. Anche qui si gioca al differenza con quanto accadeva invece nell’ambito del paese di una volta. Il pettegolezzo c’era, per carità, ma nel momento in cui una persona aveva un bisogno lo si aiutava. Oggi no. Oggi siamo di fronte a una sorta di pornografia civile.

E’ per questo che tutti noi possiamo essere mendicanti di bellezza?

Io credo che il Bello sia parte integrante del desiderio dell’uomo di avvicinarsi alla libertà.

Citando il valore della libertà , accostato a quello della famiglia, emerge su tutti la figura di Andrea, tuo padre, l’unico ad essere presente in entrambi i libri. Tra l’altro qui è lui in prima persona che racconta la fuga verso casa – Luino appunto – dopo l’8 settembre…

Io ho perso mio padre 21 anni fa: la perdita di una persona cara è una spina costante tutti i giorni, non finisce mai e scrivere aiuta a superare tutte le incrostazioni rimaste. Il fatto di aver scelto di usare il discorso diretto in questo racconto è stato un modo per alzare la voce, per dire che è accanto a me, perché il dolore è di fatto una presenza. Il pensiero e il ricordo sono sempre parte di me.

 

 Cavallari -Riva 1"Le opere dei grandi pittori parlano a tutti"

Adoratrici perpetue del Santissimo Sacramento: è questo l’ordine monacale di clausura a cui appartiene dal 1984 suor Maria Gloria Riva. Oggi suor Gloria è badessa del monastero che lei stessa ha fondato nella diocesi di San Marino –Montefeltro. Una vita di preghiera ma anche di studio dell’arte, nella convizione che il Bello, quello con la B maiuscola, può essere veicolo per avvicinarsi e conoscere Cloui che dà senso all’esistenza, Cristo. Parlare con suo Gloria al telefono è come ricevere una ventata di serenità e speranza e si capisce subito come costruire una amicizia con lei sia un cammino naturale.

Suor Gloria, questo secondo libro è il secondo frutto dell’amicizia che è nata e cresciuta con Fabio. Come ha inciso il cammino percorso nel libro?

Il cammino che abbiamo fatto ha inciso perché ha intensificato l’Amicizia. Poi ciascuno ha vissuto ed è stato impegnato su fronti differenti, ciascuno affrontando le proprie sfide personali. Tutto ciò che abbiamo vissuto non ha fatto altro che rendere più vero il nostro cammino.

C’è un filo conduttore tra i due libri ed è quello della Bellezza. Chi sono i mendicanti di Bellezza?

La Bellezza è in fondo una domanda di senso per la vita: la si cerca e spesso la si trova là dove non ti aspetti. Ma la bellezza è anche la capacità di stupirsi di fronte alla realtà e di accoglierla.

Il libro si apre con un racconto con cui Fabio ha voluto renderti omaggio. Cosa hai pensato quando l’hai letto?

Sono rimasta molto colpita dalla capacità di Fabio di paragonare "La notte stellata di Van Gogh con la mia esperienza di vita. Prima di leggere il suo racconto pensavo che la dimensione tra cielo e terra descritta da Van Gogh nel quadro fosse propria solo degli artisti. Solo dopo che ho letto lo scritto di Fabio mi sono anch’io effettivamente riconosciuta in questo dipinto e mi ha commosso.

In questo libro sei tu che indichi la via da percorrere attraverso i dipinti: come li hai scelti?

Innanzi tutto i quadri devono piacere a me. E’ come una folgorazione che capita quasi per caso, oppure magari durante una particolare ricerca su alcuni autori. Improvvisamente c’è un dipinto che mi colpisce. A quel punto entro in dialogo con la tela: lo guardo e mi lascio condurre da quello che vedo. Ne traggo delle impressioni, delle interpretazioni e solo dopo verifico se le mie impressioni sono coerenti con l’autore. La verità è che l’arte parla a ciascuno di noi. Ad esempio quando ho visto "L’attesa" di Casorati ho pensato subito a una persona che aspettava qualcuno. Come, ad esempio, il racconto di Fabio "Il paese" trovo che sia perfetto in relazione con "Mosca" di kandiskij.

Che rapporto c’è secondo te tra arte e vita?

Io credo che l’arte sia la via umile al Mistero: si pone a tutti e parla a tutti, indipendentemente dalle condizioni socio culturali di ciscuno.

 

 

18La memoria BakAndrea – La memoria di Samuel Bak

Erano le 22.50 del 14 settembre quando Andrea giunge ad Arona sulla sponda piemontese del Lago Maggiore.[…] "Devo raggiungere Luino, la mia famiglia. Decisi di attraversare a nuoto. Quello era il punto più stretto del Lago Maggiore, ma nelle mie condizioni tutto sembrava impossibile"

 

02La cittĂ  villaggio KandinskyIl paese – La città villaggio di Kandiskij

Mille anime contava il nostro paese, il mondo che avevamo a disposizione. Una piccola piazza e le case di sasso costituivano l’anima del borgo. Lì c’erano il fornaio, un piccolo negozio, la posta, il medico e la sede del comune. […] E il paese vicino come qualcosa d’altro, come la sfida da organizzare. […] Passo ancora davanti alla chiesa e mi soffermo davanti al campetto. Non vedo ragazzini che giocano…

19Lattesa CasoratiGiulia – L’attesa di Casorati

C’è inquietudine, trepidazione e anche angoscia nell’attesa. Ma quella donna sa attendere, vive l’attesa. […] Prepara, costruisce. Attendere è arcaico, presume una fede, una volontà di pienezza che contrasta con l’immediato consumo. Come la donna di Casorati oggi Giulia aspetta il suo sposo. Cammina dolce dentro la casa, sfiora le tende, sceglie i colori per i letti, si aggiusta le ciglia. Si fa bella per lui…

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giovedì, 08 gennaio 2009

Da una storica intervista con Fabrizio De Andrè, concessa a Vincenzo Mollica

Qual è il desiderio che vorresti realizzare?
deandreIn questo momento siamo di nuovo un po' al sogno, al desiderio irrealizzabile, all'utopia, ma, sicuramente, in qualsiasi luogo o in qualsiasi momento, rincontrare mio padre.

Postato da: FabioCavallari a 10:29 | link | commenti |
, padre, de andrè



MENDICANTI
DI BELLEZZA

Un non credente
e una monaca
a confronto sulla vita




Fabio Cavallari
Maria Gloria Riva

Edizioni San Paolo

Mendicanti di Bellezza
è un dialogo tra
un non credente
e una monaca che
si serve dell’arte per
arrivare al cuore dell’uomo e della società.
Un libro scritto in forma
di rapporto epistolare,
in cui la bellezza dell’arte,
filtrata attraverso la capacitĂ 
di lettura di Suor Maria Gloria Riva, si incontra con la narrazione di Fabio Cavallari che trae pretesto dai significati messi in luce per raccontare storie di vita vissuta, memorie ed incontri.


I LIBRI
CHE HO SCRITTO


clicca qui
Volti e stupore – Uomini feriti dalla bellezza
Fabio Cavallari
Maria Gloria Riva
Prefazione di Magdi Allam
Edizioni San Paolo
1° edizione Luglio 2007
2° edizione Ottobre 2007
3° edizione Gennaio 2008

clicca qui
Fuori dalla metafora
del volo
(viaggio dialettico
dentro LibertĂ  Alienazione
Desiderio)
Prefazione di
Luigi Amicone
Fabio Cavallari
Ottavio Brigandì
Ed. G. Laterza.
Ottobre 2004


Hanan Kunu
La societĂ  dello Spirito
Libro curato da Fabio Cavallari in ricordo dell’amico Enzo Sarrubbi Edizioni Marwan
Febbraio 2000


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